Castello Pandone – Venafro

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La costruzione della fortezza è avvenuta in successive riprese.
Con molta probabilità le fondamenta del mastio sorsero sui resti di opere murarie di epoca pre-romana.
Il primo nucleo fortificato si sviluppò nella seconda metà del IX secolo, a scopo di difesa contro le violente incursioni saracene che flagellarono l’intera regione.


Dopo le incursioni saracene i pericoli per la popolazione non si arrestarono: iniziarono infatti le continue aggressioni armate tra i membri della nobiltà longobarda, intenti a affermare la propria supremazia su quelle aree giurisdizionali, ancora estranee al potere centrale dei principati di Benevento, Salerno e Capua.
Fu nella seconda metà del X secolo che il castello diventa un vero e proprio complesso fortificato, intorno al quale si sviluppò l’incastellamento dell’intera città.
Tra gli anni 961 e 968, infatti, Paldefredo e i suoi immediati successori iniziarono i lavori di potenziamento difensivo della fortezza, innalzando la costruzione originaria. Essa costituì il fulcro di un abitato fortemente concentrato in posizione difensiva con una funzione di estremo rifugio per la popolazione.

Il corpo più antico del castello è costituito dal mastio, la cui forma e posizione sono diverse rispetto agli altri torrioni e ai corpi posti attorno al cortile.
Si ritiene che il torrione occidentale e quello meridionale siano contemporanei al corpo sud-ovest, che li unisce, e al cortile rettangolare.
Di costruzione più recente sono il corpo nord-est e il torrione orientale (forse iniziato con gli altri, ma successivamente ampliato per crearvi l’ingresso dall’esterno alla lizza). Si ipotizza che gli stessi appartengano al periodo rinascimentale piuttosto che a quello medievale.

Nel 1138, con l’avvento dei normanni, Venafro fu assalita dalle truppe di Ruggero II di Altavilla, che misero a ferro e fuoco la città e provocarono gravi danni al castello.
Durante tutta la dominazione normanna l’originaria fortezza longobarda subì rifacimenti e adeguamenti.

Ai normanni succedettero gli svevi. Fu proprio sotto questa dominazione che il castello subì gli effetti del “De novis aedificiis diruentis”, editto dell’anno 1220, in base al quale Federico II ordinò la distruzione di tutte le fortezze appartenenti alla nobiltà riluttante ad accettare il suo dominio.
Il castello fu disarmato e quasi distrutto e ciò spiega la mancanza di tutti quegli elementi architettonici difensivi, tipici dell’architettura militare normanna, che proverebbero la presenza già storicamente accertata di questo popolo nella città di Venafro.
Pur mancando informazioni sul castello in epoca federiciana, non si esclude che esso, almeno per qualche tempo, sia stato a disposizione del re per le sue battute di caccia. Di sicuro Federico II non ha dato alcuna importanza a questa fortezza, che non rientra nell’elenco di costruzioni già esistenti da lui ingrandite e migliorate.

Dopo la morte di Federico II l’intera Italia meridionale e la stessa Venafro furono dilaniate dalle lotte interne tra guelfi e ghibellini. Il castello risentì certamente delle rappresaglie e delle distruzioni che tali lotte comportarono.
Nel 1268 la dominazione passò agli angioini.
In quell’anno Carlo D’Angiò conquistò il Regno di Napoli e concesse i nuovi feudi prevalentemente a cavalieri francesi.
L’edificio divenne l’anello di una catena di vedette di sorveglianza della valle del Volturno: per questo motivo nel 1275 fu disposto il suo restauro, assieme a quello di altre fortezze vicine.
Gli Angioini introdussero molte innovazioni architettoniche, importate dalla Provenza, spesso cancellando gli elementi difensivi normanni e svevi.
Insieme alla guerra, infatti, gli angioini importarono nuovi costumi cavallereschi e cominciarono ad utilizzare i castelli come luoghi di dimora oltre che di difesa, ampliandoli in modo da permettere una più agiata abitabilità del castello.
Intorno al 1270 con Rubino de Veris, il manufatto cominciò ad acquisire la funzione di semplice ostello a disposizione della Monarchia.

Nel 1288 il castello da demaniale diventa feudale, con la nomina a conte di Venafro di Giovanni di Gianvilla.
Nell’ottobre 1347, l’occupazione della città da parte delle truppe ungheresi guidate da Luigi d’Ungheria, contribuì al potenziamento della struttura fortificata del castello, con la probabile aggiunta delle tre torri angolari cilindriche, coronate da mensole di pietra a supporto dei camminamenti della difesa. Questi elementi sono caratteristici dell’architettura difensiva provenzale adottata dagli Angioini e sono presenti nella maggior parte dei castelli dell’Italia meridionale.
Il castello tornò sotto il regime demaniale quando, disperse le truppe ungheresi, il regno fu riacquistato dalla regina Giovanna I e dal suo consorte il principe Luigi di Taranto.

Dopo il disastroso terremoto del 1349, che aveva provocato alla fortezza notevoli danni, i Durazzo ristrutturarono l’edificio.

Con l’avvento degli Aragonesi nel Regno di Napoli il castello tornò in regime feudale e tale rimase fino all’eversione della feudalità.
Primo feudatario del periodo aragonese fu Francesco Pandone, nominato conte di Venafro nel 1443 da Alfonso I.
Francesco Pandone cominciò a trasformare l’edificio in dimora signorile, non tralasciando però di compiere opere di rinforzo a carattere militare, atte a proteggere le basi dello stabile.
Alla fine del XV secolo Venafro fu teatro di battaglie tra Aragonesi ed Angioini per la conquista del trono. Il sempre più consistente utilizzo di armi da fuoco impose una trasformazione della fortezza con la realizzazione di un cammino di ronda, protetto da merli, per le postazioni delle armi da fuoco e il movimento dei difensori.

Nel 1500, con la signoria di Enrico Pandone, (che divenne conte di Venafro, Boiano e altri centri nel 1498), il castello fu definitivamente adattato a residenza di lusso e fu aggiunto un elegante loggiato a occidente.
Nel 1524 furono creati un giardino e una piccola cappella ad esso contigua.
Tutte le modifiche apportate rispondevano a una nuova realtà storica in cui le signorie feudali, inclini ad attestare il proprio potere attraverso l’”apparenza”, incentivarono le diverse espressioni artistiche e culturali.
Enrico Pandone abitò il castello fino al settembre 1528, quando fu catturato e trasportato a Napoli per essere giustiziato come traditore della monarchia spagnola.
La proprietà dell’edificio passò nelle mani degli spagnoli, che segnarono le sorti del castello. Numerosi furono i feudatari che si susseguirono a Venafro, ma il loro interesse venne meno e il castello fu lasciato in stato di abbandono, come molti altri edifici del regno.

Nei primi del 1600 i sotterranei furono adibiti a carcere duro, per la detenzione di soggetti in attesa di giudizio.
L’11 ottobre 1643 l’edificio subì seri danni a causa di un’alluvione. La massa di detriti trasportati dall’acqua colmarono il fossato di difesa e alcuni locali, che sono rimasti interrati fino al 1981.

Adibito nel XIX secolo a uso privato e diviso in appartamenti rurali, il castello è stato utilizzato nuovamente a scopo difensivo alla fine della II guerra mondiale: tra la fine del 1943 e la primavera del 1944 intere famiglie venafrane trovarono rifugio dai proiettili delle artiglierie tedesche proprio nei sotterranei del castello, tra le sue solide mura, ma dopo l’evento bellico gli appartamenti furono di nuovo abbandonati.


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