Cava di Filignano: una storia senza fine
Adesso basta! Sembra che quella della cava di Colle Taccosa, nel comune di Filignano, sia una storia senza fine. Una spudorata presa in giro ai danni delle leggi e del territorio.
Quando nel 2001 fu sottoscritta l’intesa tra Parco e Regione Molise con la quale si stabiliva che nella Zona di Protezione Esterna del Parco non si sarebbero più date nuove autorizzazioni alla coltivazione di cave, sembrò che ci si fosse avviati alla conclusione di una brutta vicenda.
L’autorizzazione regionale all’attività estrattiva di Colle Taccosa, già precedentemente contestata in quanto non consentita dal vigente Piano Paesistico, volgeva al termine e la Regione Molise avrebbe dovuto solamente preoccuparsi di vigilare affinché, entro la scadenza del 2002, fossero rispettati gli obblighi di ripristino ambientale.
Inutile dire che tali obblighi furono disattesi e che, anzi, il mancato completamento del ripristino divenne la ragione per domandare (ed ottenere) una nuova autorizzazione.
Nella nostra Regione è sempre successo così e non si conosce un solo caso di un sito di cava definitivamente recuperato.
Ma certi solerti imprenditori e dirigenti, cui non mancano fantasia e senso civico, non potevano tollerare che uno scempio simile rimanesse irrecuperato e così, nel 2004, la Ditta Beton Cave si “premurava” di fare istanza alla Regione Molise per ottenere una nuova autorizzazione per il compimento di un ripristino che non aveva fatto quando avrebbe dovuto, anche sobbarcandosi, per il bene del territorio naturalmente, il pagamento della cauzione. Davvero singolare ed encomiabile al pari del comportamento della Regione che, dal canto suo, si preoccupava di non lasciare il sito in quelle condizioni dopo averne trascurato la vigilanza necessaria a suo tempo.
Cavillando sul fatto che l’intesa Parco-Regione non consentiva nuove coltivazioni ma non impediva interventi di ripristino (o presunti tali), si concedevano ulteriori tre anni alla Beton Cave.
Ci si sarebbe aspettati che questo nuovo periodo concesso avrebbe consentito il completamento del ripristino ambientale. Che ingenuità! Invece, a parte il traffico di camion stracarichi di materiale asportato dal sito null’altro si è visto. Allo stato non risulta un solo metro quadrato di terreno vegetale “riportato” o una sola piantina messa a dimora; viceversa risulta un’intensa attività di prelievo.
Ma la cosa che più fa “incazzare” è che da una corrispondenza tra Beton Cave e l’ufficio preposto in Regione sembra si stia valutando la possibilità di concedere un’ulteriore autorizzazione, di qualche anno, ai poveretti che non hanno avuto il tempo di completare il ripristino, forse perché troppo impegnati a rimodellare diversamente la geometria di gradoni già realizzati ( a dire il vero fin dal 2004) o a lucrare sul materiale asportato?
La legge regionale n. 11/2005 in materia di attività estrattive, che nel frattempo è stata varata, stabilisce che l’attività estrattiva è vietata nelle aree protette o nelle relative zone di protezione esterna, che la Regione, tramite la competente struttura amministrativa, vigila sull’esatta osservanza degli obblighi di ripristino e che la mancata esecuzione delle opere di ripristino da parte del titolare dell’autorizzazione comporta l’esecuzione d’ufficio delle stesse a spese del contravventore.
Aggiungo che un principio di diritto stabilisce che eludere una legge equivale a violarla.
L’Assessore alle Politiche del Territorio
Alessandro ACETO













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